Materiali dalle Fiji


::Estate 2013::

Pacific Harbour e Beqa Lagoon

The Adventure Capital of Fiji

Pacific Harbour si è autoproclamata la "Capitale dell'Avventura delle Fiji". Si trova sul versante meridionale di Viti Levu, di fronte all'isola di Beqa (pronuncia Mbenga), dove il Sud Pacifico crea la laguna omonima. Si svolge qui lo shark dive più famoso al mondo, l'immersione con gli impressionanti e temibili squali oceanici, a conferma della definizione di "Adventure Capital of Fiji" meritatamente assegnata!

L'Avventura

Scenario spettacolare e selvaggio. La barca percorre l'ansa del fiume. Gli argini sono ornati da una fitta vegetazione e dalle mangrovie che affondano le radici tentacolari nell'acqua salmastra. Fregate, aironi e cormorani volteggiano su alberi e cespugli, si prendono cura delle nidiate. Poi il mare aperto, venti minuti in balia del vento che increspa la superficie. Si balla a bordo. Il tempo di indossare l'attrezzatura e si guadagna il fondale. Centinaia di remore, enormi, metalliche, nuotano in tutte le direzioni, si attaccano come ventose allo scafo della nave-relitto, tutte in fila, sembra un dipinto con schizzi di colore dei coralli incrostati sulla fiancata. Il bidone giallo, manovrato con le corde, cala dall'alto. Gli squali si materializzano. Rapide sortite dei pinna bianca, dei pinna nera e dei grigi. Lo scatto nervoso ed elegante del silvertip (punta argentea) che tra i primi si serve al banchetto umano, imboccato dall'hand-feeder di turno. L'altro rovescia i pezzi di tonno dal contenitore. Si scatena il delirio. Un muro di pesci sergente, trevally, carangidi e cernie si agita frenetico in una spirale vorticosa come la centrifuga di una lavatrice. Ed in mezzo irrompono i predatori, impazienti, volitivi. Si allungano verso l'alto, con la bocca spalancata, attaccano direttamente il bidone delle esche, si dimenano furiosamente. Scendono in picchiata, veloci, famelici e prendono il cibo dalle mani esperte delle guide. Non si vede molto, i pesci in frenesia alimentare offuscano la visuale e la visibilità è scarsa. Fino a quando i padroni indiscussi del feeding non irrompono sulla scena. Sono dieci, sono venti, massicci, potenti, impressionanti. Gli squali toro Zambesi (Carcharhinus Leucas) percorrono la passerella a ridosso della corda dove sono posizionati i subacquei, si presentano, li guardano in faccia, gli sfiorano i piedi. Ristabiliscono la gerarchia. Intorno si è fatto il vuoto. Le altre specie si fanno da parte al loro ingresso. Solo l'audace squalo nutrice fulvo osa sfidarli e s'infila temerario per raggiungere il bin rovesciato a rubare una testa di tonno. Il campo visivo è ristabilito, gli squali toro troneggiano sul pianoro, in gruppi di sei/sette esemplari alla volta, non accennano ad andarsene. Sono infaticabili, voraci, insaziabili.
Ci si stacca a malincuore dalla corda per la risalita. La guest star oggi non si è fatta vedere, l'occasionale squalo tigre. Ci sarà un'altra occasione.
Si sale a diciotto metri. Uno squalo tawny nurse si affianca ad un subacqueo. Pinneggiano paralleli, bassi sul fondale, tête à tête, come due amici di vecchia data. Si sale lentamente, per azzerare i minuti di deco accumulati. Un silvertip arriva a distanza di naso, a farsi guardare, a farsi ammirare. Gli squali vengono a salutare
, a ringraziare, ad ingraziarsi gli umani che hanno assistito a quest'impressionante spettacolo. Creano simbiosi, smentiscono le paure, rapiscono e affascinano. La safety stop attaccati alla corda dell'ancora trascorre con gli occhi stralunati, ancora increduli di aver convissuto per un breve lasso di tempo, che sembrava infinito, con i predatori più temuti, con gli squali più pericolosi al mondo.
E di averli così amati.

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