Materiali dalle Filippine- Malapascua


::Novembre 2023::


Filippine – Malapascua

A te la Malapascua!


“A te la Malapasqua!”.  Se Turiddu fosse stato a Malapascua, avrebbe interpretato la iattura lanciatagli da Santuzza nella Cavalleria Rusticana come una benedizione piuttosto che come una maledizione. Perché ciò che appare come un anatema malaugurante, si trasforma in un presagio di buon auspicio.
Certamente sa di condanna arrivare a Malapascua, piccola isola delle Visayas nell’arcipelago delle Filippine. Il viaggio dall’Italia è come una dannazione eterna. Non finisce mai.
Dopo un lunghissimo volo intercontinentale, si atterra all’aeroporto internazionale di Cebu. Poi in auto si percorre tutta l’isola affrontando un traffico caotico e senza regole. In circa quattro ore si raggiunge la ridente località di Maya, piccolo villaggio a ridosso del porto. È tarda sera, nessuna imbarcazione in partenza. Si trascorre la notte in una delle rare guesthouse senza neanche mangiare, ma non se ne avrebbe la forza visto lo stravolgimento psicofisico dovuto alla stanchezza e al frastornamento da jet lag.
La mattina seguente, finalmente, si sale su una bangka, la tipica barca filippina a bilanciere, e dopo circa quaranta minuti si approda gloriosamente sull’isola di Malapascua, maledetta lei.
No, benedetta lei! Perché quello che accade dal giorno dell’arrivo in poi ha del sovrannaturale. Del prodigioso.
L’aurora diffonde la luce alle quattro e cinquanta del mattino con il sole che irrompe nel cielo incendiando le nuvole di rosso purpureo. È a quell’ora che ci s’imbarca per la prima immersione a Kimud Shoal.
È un’isola sommersa a quarantacinque minuti di navigazione da Malapascua. Qui l’alba che sale attrae a sé, con la forza magnetica di una malìa, una delle creature pelagiche più affascinanti degli oceani. Ascende dagli abissi marini con un movimento sinusoidale, si palesa improvvisamente sul plateau e lì dà inizio alla danza della seduzione. Non te lo aspetti. Anche tu sei lì, in attesa. E quando ti accorgi della sua presenza che ti catalizza con i suoi argentei riflessi metallici, perdi il controllo, perdi l’equilibrio, ti muovi scompostamente per guardarlo, riprenderlo, fotografarlo. Senti un bruciore di fuoco nelle mani impegnate a impostare la videocamera, non capisci, non ti rendi conto di essere finita su una colonia di polipi idroidi che ti bruciano la pelle di fuoco ardente. Non distingui il fuoco della passione dal fuoco dell’ustione. Perché sei ipnotizzata dallo spettacolo che il regale Squalo volpe pelagico (Alopias Pelagicus) ha messo in scena per te. Ti gira intorno, ti corteggia come un uomo che affina la sua strategia di conquista accerchiandoti gradatamente, lentamente. Poi, all’improvviso, si volta e ti arriva di fronte. Ti guarda con quel suo occhione nero, tondo, dalla circonferenza perfetta. Un O di Giotto. Uno sguardo intenso, penetrante, uno sguardo ammaliante. E sei già innamorata. Poi svolta, lo vedi allontanarsi. Resti in contemplazione della movenza sinuosa della sua splendida coda a stendardo, micidiale arma di annientamento delle prede. Infallibile arma di seduzione. E resti lì, sconsolata. Fino al ritorno, che puntualmente si verifica proprio quando stavi per rassegnarti al tuo misero destino di sedotta e abbandonata.
Il computer richiama alla cruda realtà. Ma durante la safety stop, attaccata alla corda dell’ancora per non essere trascinata via dalla corrente, ti senti ancora osservata. E allora ti giri. Quattro calamari ti fissano. Anche loro hanno l’occhione vivido e penetrante. Brillano nella trasparenza del mare, azzurrati, purpurei, cambiano colore, si mimetizzano, si muovono a ritroso. Alla fine dell’immersione ti senti davvero bella, ti guardano tutti!
Si vede che qui a Malapascua tutto è sfavillante, tutto luccica, tutto è elettrizzante. Come la rara e psichedelica Electric Clam (Ctenoides ales) che scovi rintanata in un anfratto del Tunnel sottomarino di Gato Island. La chiamano la “vongola da discoteca” per la sua incredibile capacità di produrre vere e proprie scariche elettriche come se avesse un filamento di tungsteno al suo interno. La lampadina del mare.
All’uscita dalla grotta uno squalo pinna bianca di reef, di dimensioni ragguardevoli, è piazzato sul fondale ghiaioso a sonnecchiare. Ma non bisogna farsi ingannare. Anche lui guarda, osserva, monitora il passaggio e tiene tutti sotto controllo.
La barca scivola su questo tratto di oceano Pacifico filippino. Improvvisamente il mare si apre. È come se Mosè avesse ripetuto il miracolo della divisione delle acque. Una lunga striscia di sabbia di un bianco accecante appare all’orizzonte. Riflette come la neve. È lambita da una laguna dai colori che digradano dal verde smeraldo al blu cobalto. È Kalanggaman, una delle più belle isole di tutto l’arcipelago delle Filippine.
Ma Malapascua è thresher shark, è squalo volpe. E così tutte le mattine, sarebbe meglio dire tutte le notti, ci si alza con gli occhi assonnati ma spalancati di stupore, ebbri e mai sazi di ammirare lo spettacolo della sua danza ammaliatrice. La danza dell’eterno ritorno a Kimud Shoal, la nuova cleaning station di questa splendida e rara creatura che risale dagli abissi marini alle prime luci dell’alba per farsi toelettare dai pesci pulitori. E si torna e si ritorna in questo luogo unico al mondo, detentore di un privilegio monopolistico che sbaraglia la concorrenza. Perché qui e solo qui il regale squalo volpe dona incontri ravvicinati del terzo tipo. Sovrannaturali. Prodigiosi.
Alla fine arriva il giorno prima della partenza, niente immersioni. Entri in acqua nell’area protetta di Dakit-Dakit con pinne e maschera a fare snorkeling e sei circondato da decine di squali pinna nera di reef. Una nursery a cinquanta metri dalla riva, incredibile. E poi, imperdibile, il giro dell’isola di Malapascua. È un viaggio via terra attraverso usi e costumi antichi, ancestrali. I galli da combattimento sono piazzati sui trespoli dei piccoli villaggi dove vecchi e bambini convivono gioiosamente, semplicemente. Naturalmente.
Si soffre per arrivare a Malapascua. Si soffre per partire da Malapascua. Ma è la sofferenza della passione quella che t’infligge quest’isola unica al mondo.
E allora: “A te la Malapascua!”. E che sia l’anatema più benaugurante.

Paola Ottaviano

Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. | info@ | Disclamer | Policy privacy |