È tutto inaspettato, questo viaggio in un’Africa araba, bantù, un po’ Mozambico, un po’ Zanzibar, un po’ Madagascar. Ma la cosa più sorprendente è il ritorno, il sentimento che scopro essersi sedimentato dentro di me, che mi fa essere diversa come le isole Comore.
Totalmente fuori dai sentieri battuti, hors des sentiers battus come si direbbe lì, non solo del turismo, ma del comune sentire.
Mohéli, la più piccola delle isole Comore, si raggiunge con breve volo da Moroni. È nell’oceano indiano al largo delle coste africane immersa nell’omonimo parco marino.
Isola selvaggia, foresta primaria, cuore pulsante di piante endemiche, come l’ylang-ylang, il fiore girafe, il taro, il jackfruit.
Si guadano torrenti su massi scivolosi per arrivare in cima dove volteggiano maestosi i pipistrelli di Livingstone.
E poi la notte, al buio illuminato da un cielo stellato che accende il baobab di mille lucine come fosse un albero di Natale e dove ti siedi sulla sabbia, in attesa, persa nell’universo attraversato dalle scie nebulose della Via Lattea che puoi toccare se allunghi una mano. In attesa delle tartarughe verdi che qui, a Itsamia, vengono a deporre le uova e diventi testimone di un rito ancestrale che ti commuove. E ti commuovi quando vedi le tartarughine appena nate che corrono verso la riva nella lotta per la sopravvivenza. Questa è Mohéli.
I lemuri mangusta, i maki mongoz, saltano da un ramo all’altro degli alberi e ti guardano dritto negli occhi, curiosi, socievoli.
Sali sul promontorio che fa da belvedere e ti siedi all’ora del tramonto quando il sole che scende inonda la baia dei caldi colori aranciati. Sei sola qui e lo sei anche quando sali in barca. Perché sei venuta qui per il mare, per periziarne le profondità, scoprirne i segreti, inseguire i sogni.
Distesa d’oceano blu intenso, cavalcata da decine di delfini gioiosi. Ti saltano davanti, si piroettano in alto, sembrano non voler più immergersi, sembrano sospesi sull’acqua. Dalla superficie spuntano i pesci volanti, scorgi il becco delle tartarughe embricate che emergono a respirare. Nervi tesi, concentrazione.
Si cerca, si spera, si prega che appaiano loro: le balene.
Ci si affida alla sorte, ma non sempre le rotte migratorie delle megattere incrociano il tuo destino, che si fa fortuito. Fino a diventare fortunato quando il moto ondoso è interrotto dal battito di un’ala. Fende il mare. Ti tuffi ed è lì davanti ai tuoi occhi, una splendida manta alfredi, dal dorso chiazzato delle sfumature del bianco e del nero. Nuota gentile, sinuosa, lenta per permetterti di inseguirla, di starle dietro. E le stai dietro per mezz’ora e più, incantata da quella sua movenza flessuosa e ondulata.
E le ritrovi in immersione le ali che ondulano nel blu, quelle di due eleganti aquile di mare maculate che ti girano intorno, ti sfiorano e ti sfuggono appena tenti di afferrarne l’immagine, per poi tornare in un giro concentrico che si fa beffe di te. Lo scorfano foglia, mimetizzato tra le madrepore, addolcisce l’ambiente con i suoi tenui colori pastello.
Un ambiente vivo, colonizzato dalle anguille giardino che si ritraggono repentinamente al tuo passaggio e dai serpenti anguilla che sbucano dalla sabbia sbuffando dalla bocca. Enormi pesci leone spiegano le pinne frastagliate in un ingannevole volo planato. S’infilano tra gli anfratti corallini, immobili, pronti a ghermire, in attesa. Dipingono un quadro policromo. Trigoni e razze puntinate attraversano il fondale arenoso al minimo sentore di presenze aliene e squali di reef pattugliano le pareti rocciose, sfuggenti.
Lo snorkeling nella baia si fregia della presenza costante delle tartarughe che si nutrono a riva affondando il becco nella rena e del polpo indopacifico che si distende mollemente da un corallo all’altro e colora l’acqua dell’intenso rosso porpora dei suoi tentacoli. Giovani pescatori locali li arpionano e li catturano per poi venderli al mercato locale.
Un arcobaleno dalle sfumature vermiglie mi accoglie l’ultima mattina. È stata una notte di pioggia, breve e sottile, che ha rinfrescato l’aria e l’ha resa tersa, luminosa.
Le donne di Mohéli, avvolte negli ampi abiti colorati, morbidi e vaporosi, attendono alle faccende quotidiane. Portano sul capo fascine di legna, cesti di viveri. Percorrono le vie fangose, non asfaltate, con sinuosa movenza. Sembra che danzino. Nei villaggi il tempo trascorre dolcemente. Non c’è inquinamento, atmosferico, acustico, sensoriale. Te ne accorgi quando parti. Non si conosce il ben se non si perde.
La vita a Mohéli segue un ritmo lento e rilassato, ti trasmette quel sentimento di benevolenza, di gentile predisposizione verso l’altro da te. È questo che ti rende diversa al ritorno e ti pone fuori dal sentire comune dei sentieri battuti. Hors des sentiers battus.
Paola Ottaviano |