La fata fa magie. Si sa. La Fata Morgana ti suggestiona fino a farti credere che un’illusione sia reale, che un miraggio non sia un inganno. Eppure stento ancora a credere a quello che ho visto sullo Stretto di Gibilterra questa calda estate. Che sia realmente esistito o sia frutto di un incantesimo che mi ha stregato come fossi un novello Ulisse ammaliato dal canto delle sirene.
Il Pirata de Sálvora salpa tutti i giorni dal porto turistico di Tarifa, la cittadina andalusa più a sud di tutta l’Europa continentale. Attraversa il mare, anzi i due mari, il Mediterraneo e l’Atlantico che in questo tratto confondono le loro acque fino a raggiungere le coste del Marocco. Siamo sullo Stretto di Gibilterra, le colonne d’Ercole, dove gli antichi credevano che il mondo finisse. Niente accade nei primi quarantacinque minuti.
Lo sguardo si spinge verso l’orizzonte, dove strane montagne si librano al di sopra delle nuvole, o così sembra. Illusione ottica, miraggio. Fata Morgana. È già lì in agguato, a confondere.
Un abbaglio, all’improvviso. La superficie è solcata da possenti creature che cavalcano le onde. I dorsi neri brillano al sole come ossidiana, si avvicinano in gruppi di dieci esemplari, si fermano, immobili di fianco alla murata del battello. Enormi, magnifici calderones comunes, globicefali. Stanno lì, adagiati, logging, a galleggiare, a riposare. Magia.
A prua c’è fermento. Altri abitanti del mare si muovono sotto la chiglia del natante. Fischiano, giocano, fanno a gara di velocità. Delfines comunes (delfini comuni), delfines mulares (delfini tursiopi) e delfines listados (delfini stenella), tre specie in contemporanea, si divertono a sorprendere gli astanti tutti a faccia in giù. Gridolini di stupore accompagnano la regata di questi cetacei che sembrano ammiccare con quell’espressione anatomica simile a un sorriso. Un’altra magia.
Sbuffi in lontananza. Vapori che rendono l’orizzonte tremulo come la visione di un’oasi nel deserto. Miraggio. Fata Morgana.
Lo sguardo si allunga a mettere a fuoco. Cachalotes, capodogli! Si distendono, si avvicinano. Imponenti, lenti, eleganti. D’un tratto s’inabissano nelle profondità dei due mari, con la coda che si piega sinuosa e resta per un attimo dritta, sospesa. Sospesa sull’orizzonte. Che magia.
Siamo arrivati alle porte del continente africano.
I pescatori esercitano l’antica arte dell’almadabra, la pesca tradizionale del tonno rosso. Lottano con le reti, con la forza delle braccia per tirare sulle barche pesci di stazza di seicento chili. Ma contro qualcos’altro lottano.
Sono qui in gruppo, a circuire, circondare, cacciare. Eccole, le orche, le Gladis, orche iberiche riunite al cospetto del banchetto rituale, tappa di ristoro lungo la via della migrazione dall’oceano al mare. Attaccano i tonni finiti nelle reti, li rubano dalle imbarcazioni e s’immergono, ingorde, fameliche. Sono qui, sotto lo scafo del Pirata de Sálvora, di fronte a me, davanti ai miei occhi che si spalancano, sbalorditi, ipnotizzati. È tutto vero? O è un’illusione, una beffa della fata? La magia.
Si rientra in porto. La cittadina di Tarifa appare in lontananza con le sue casette bianche, villaggio andaluso, casco antiguo. Ci avviciniamo. Ma cosa c’è lì a riva? Una balenottera comune, rorcual común, emerge dalle basse acque, si posiziona a ridosso della costa, la percorre lentamente, s’intrattiene con i viaggiatori che la guardano attoniti, domandandosi ancora una volta se sia un miraggio o se sia reale. Sogno o son desta, mi chiedo! Magie della Fata Morgana di Gibilterra.
E poi arriva il vento di Ponente, quello che fa volare i kitesurf. Il cielo si tinge del colore dei mille aquiloni che rendono Tarifa la mecca dei surfisti. Ma non dei subacquei che osano immergersi in queste gelide acque turbinose attraversate da correnti feroci. È solo l’incoscienza che ti dà il coraggio di spingerti in profondità nel versante Atlantico a Punta Marroqui, dove granseole spinate, murene maculate e doridi dipinti si mimetizzano tra le gorgonie.
All’uscita onde di due metri gonfiate dalle raffiche di un vento furioso. Panico. La barca non arriva, sono in balìa di un mare in tempesta che mi schiaffeggia e mi sbatte contro con una violenza inaudita. Rischio di bere, di annegare, faccio fatica a respirare. Vado in affanno. Prendo l’erogatore, lo metto in bocca, per fortuna ho ancora aria nella bombola. Dopo un po’ intravedo l’imbarcazione che affronta i cavalloni per raggiungerci. Dal ponte lanciano la corda di salvataggio, mi ci aggrappo con tutte le mie forze e urlo per chiedere aiuto. A quel punto il capitano spinge a tutto gas il natante che ondeggia paurosamente. Tira la corda e mi trascina fino al bordo. Mi attacco alla scaletta. Qualcuno mi sfila le pinne e qualcun altro mi tira su di peso. Sono salva per miracolo. E non è una magia.
Se in Atlantico sopporti la refrigerante temperatura di appena diciannove gradi, al Pecio de San Andrés, nel versante Mediterraneo, l’assideramento è assicurato! L’immersione al relitto, alla ricerca delle aragoste rosse di barriera e dei gronghi comuni, si risolve nell’ennesima gara di resistenza fino a quando, dopo quaranta minuti stretta nella morsa di gelo dei quattordici gradi, non riesci più a contrarre le dita per stringerti le narici del naso. Non riesci più a compensare. A quel punto esci.
Ma il terzo giorno il vento si placa e si risale in barca.
I due mari si rilassano, distendono le loro acque placide verso l’orizzonte dove lo sguardo si spinge alla ricerca. Di quell’illusione che t’inganna, di quel miraggio che t’illude. Di quella magia che la Fata Morgana di Gibilterra rende reale.
Paola Ottaviano |