Materiali da Arabia Saudita

::Luglio 2008::

Jeddah

Il pullman raggiunge il quartiere di Balad, cuore della città vecchia. Accosta e si ferma.
Jeddah, affacciata sul Mar Rosso, divenne presto il porto d'ingresso per i mussulmani diretti alla Mecca. Seconda città dell'Arabia Saudita, dopo la capitale, e crocevia di pellegrinaggio nei luoghi sacri dell'Islam, Jeddah é considerata "liberale" rispetto alla "tradizionale e conservatrice" Riyadh.
Le porte del pullman si aprono e un uomo sale con due voluminosi sacchi pieni di vestiti. Le turiste provano gli abiti e scelgono quello della misura più adatta. Poi é la volta del foulard, leggero, colorato, fuxia, azzurro, viola. C'é eccitazione, risate divertite. Sembra un gioco, un pò mascarade, un pò sexy....che profanazione! Tutte in posa, si lasciano fotografare per ricordo.
Siamo in Arabia Saudita, quella de "Le mille e una notte", cultura antica, misteriosa e ricca di fascino. The Kingdom. La monarchia Saudita si basa su valori conservatori e rigide regole imposte dal Wahabismo di Stato, che impone la stretta osservanza di prescrizioni sociali e giuridiche ai cittadini del Regno e ai visitatori stranieri. L'obbligo di indossare in pubblico l'abaja (abito lungo, nero e ampio che non aderisca alle forme) é esteso a tutte le donne anche non mussulmane che entrino in città. L'hejab (il velo che copre la testa) può essere più o meno integrale, in base al grado di adesione conservativa alla religione islamica di chi lo indossa. Solo recentemente il velo non é più imposto alle donne occidentali. E' comunque opportuno girare con la testa coperta nel rispetto di un'usanza che per le Saudite ha un significato che va al di là della legge. In pubblico é il segno distintivo per "proteggere il pudore", per garantire il "senso dell'anonimato", per suggellare il riconoscimento sociale. Il vestito saudita é un simbolo culturale e le diverse maniere di indossarlo dipendono dalle circostanze. Gli uomini portano una lunga veste bianca (thop) e coprono la testa con la ghutra (kefia rossa e nera) fermata da un cerchio di corda nera (eagal). Il Re ha i due lembi della ghutra che scendono liberi e rimangono sempre aperti. Un tassista li avvolge sul capo e c'é chi la usa a mò di sciarpa, secondo la posizione ricoperta nella società saudita, che è molto formale.
Il Suq di Jeddah, lo spettacolare Al-Alawi, é uno dei più affascinanti mercati dell'Arabia. E' una fila ininterrotta di tende, oreficerie, negozi pieni di spezie e oggetti risplendenti, che attraversano serpeggianti il cuore del vecchio centro storico. Uomini che offrono misteriosi quadratini di carta bianca da annusare per vendere i loro profumi dalle esotiche essenze; abiti preziosi che pendono dall'alto, lavorati finemente con gemme dai colori pastello; frutti secchi del deserto, datteri e anacardi venduti a peso. E il minareto verde, brillante, luminoso, si erge maestoso a dominare le stradine, le scale che si inerpicano sinuose. Fascino, che é vietato immortalare, per il divieto di fotografare luoghi pubblici, luoghi sacri. Atmosfera irrespirabile, caldo afoso. Un bicchiere di succo di canna da zucchero* offre un momentaneo refrigerio all'arsura di una sete implacabile.
L'assenza quasi totale di stranieri ricorda che l'Arabia Saudita si sta affacciando sul mercato turistico internazionale per la prima volta. Si é iniziata al turismo per le attività subacquee in Mar Rosso e per l'archeologia dopo l'11 settembre 2001, per dimostrare un'apertura al mondo occidentale.
Per acquistare qualche souvenir del magico suq di Jeddah, bisogna cambiare i soldi. L'unica valuta spendibile é il Riyal, moneta nazionale. E lì c'é il primo impatto con una realtà lontana anni luce dalla nostra. Nelle banche la fila per le donne é separata da quella degli uomini. Se una turista occidentale, non avvezza a questi usi, sbaglia ingresso nei ristoranti e si ritrova inavvertitamente nella single room (riservata ai maschi), viene apostrofata con veemenza da uomini visibilmente alterati e agitati che la indirizzano con maniere spicce verso la family room, dove le famiglie e le donne sole si accomodano in piccoli spazi protetti da un paravento, a tutelarne la riservatezza. Quando il muezzin chiama alla preghiera e le note dell'awqat** risuonano nei vicoli affollati, un'improvvisa frenesia si impadronisce dei commercianti che cacciano via dai loro negozi i potenziali acquirenti senza tanti complimenti, chiudono frettolosamente le tende e si precipitano alla moschea. Nello stesso istante le donne, ovunque si trovino, si fermano, si accovacciano per terra o si siedono sulle panchine e aspettano.
Cultura e precetti islamici si fondono in obblighi ineludibili, sulla cui osservanza vigilano, in modo talora repressivo, i mutawwin, "Commissari per la Propagazione delle Virtù e la Prevenzione del Vizio" o "Commissari per la Pubblica Morale", una sorta di guardiani di servizio civile della burocrazia statale. Girano tra la gente, riconoscibili per i pantaloni più corti, e sono responsabili dell'applicazione della legge della Sharia. Verificano che in pubblico l'abbigliamento sia consono alla modestia, che le donne non fumino per strada, che non vengano scattate fotografie.
Atmosfera pesante, di sospetto. Sguardi inquisitori, censori. Donne sedute per terra con un bastone di fianco fanno l'elemosina. Forse sono vedove e non hanno alcun "tutore", nessun uomo che se ne occupi.
Ma se si ha la fortuna di condividere brevi momenti nel privato, come in una sala da bagno per signore o nella stanza separata per le donne all'aeroporto internazionale, all'improvviso tutto cambia: le donne arabe salutano sorridenti "Salam Alekum", ridono, scherzano, riflettono negli specchi le loro vaporose acconciature, i loro occhi truccati, penetranti, pieni di luce. E si lasciano fotografare, irriverenti, col senso compiaciuto della trasgressione. E se per strada si chiede alle ragazze il permesso di immortalarle, quelle più audaci, dopo essersi guardate intorno, sornione, con aria circospetta, si "svelano" mostrando tutta la loro luminosa bellezza.
Una nota di civetteria femminile, un irresistibile impulso di vanità, un attimo rubato all'imposizione.
Momenti di evasione, che valgono molto di più di tante parole, come prova della capacità delle donne a non essere mai completamente soverchiate e dominate da chicchessia.

* bevanda ottenuta dalla spremitura a mano di lunghe canne da zucchero. I negozietti artigianali sono indicati da scritte arabe e traslitterate "Sugarcane juice - 1 glass 4 Riyal" (70 centesimi di euro)

**momento di elezione delle cinque preghiere obbligatorie

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